INTRODUZIONE alla STORIA DEL MOVIMENTO OPERAIO:dalla militarizzazione dell’industria bellica alla difesa partigiana delle fabbriche di laura tussi L’identità
operaia si manifesta dopo la guerra e si riappropria di
una caratteristica perduta nella sconfitta storica
dell’Italia fascista. Ma per comprendere quali
mutamenti intervengono durante gli anni della guerra,
occorre iniziare con una breve analisi dei caratteri del
periodo fascista, perché nelle ripercussioni sui limiti
della produzione italiana il regime avrà un effetto
dirompente. E’
notorio che l’Italia si sia imbarcata in modo
irresponsabile nella seconda guerra mondiale. Il nostro
Paese aveva già consegnato buona parte delle proprie
energie e risorse con la partecipazione e
l’intervento in appoggio di Franco in Spagna e si
arriva impreparati alla fine della seconda guerra
mondiale.. Ciononostante Mussolini conta sulla guerra
lampo tedesca. Risulta abbastanza comprensibile che sia
una guerra di tipo moderno, quale si era già
sperimentata nel 15 e 18, ma il secondo conflitto
mondiale, esaltazione di quello moderno, sembra proprio
essere una guerra industriale, basata sulla mobilitazione
di tutte le risorse ed energie disponibili in un Paese e
sulla capacità produttiva industriale. L’industria
Italiana sotto questo profilo era nettamente in
svantaggio. In tutti i Paesi la mobilitazione industriale
comportò dei sacrifici per la classe operaia: ci furono
scioperi anche in Inghilterra ed in America. Ma la
situazione in Italia si presentò con caratteristiche ben
più gravi perché questa mobilitazione nelle industrie
si tradusse immediatamente in un peggioramento delle
condizioni di vita e di lavoro della classe operaia,
perché il peso dell’esigenza produttiva del nostro
Paese ricadde tutto sulle spalle dei ceti operai. Una
guerra ha bisogno di una mediazione e meditazione
politica che indichi quali sono gli obiettivi perché gli
Stati maggiori orientino poi le scelte, le priorità
della produzione in funzione di determinati scopi e
finalità. Mussolini
non aveva saputo indicare obiettivi chiari e precisi. Le
sue rivendicazioni furono sempre oscillanti, dalla
pretesa dei territori sulla frontiera occidentale, dalla
Francia, da Nizza alla Savoia, poi ai paesi coloniali e
ai Balcani con immediate ripercussioni sulle scelte degli
Stati Maggiori, che, paradossalmente, si ritrovano in una
condizione di dittatura ma con assoluta assenza di
direttive, nel senso che Mussolini, pur essendo stato il
responsabile del dicastero militare, per lunghi anni,
aveva lasciato completa mano libera agli alti gerarchi
degli Stati Maggiori dell’aviazione,
dell’esercito, della marina, per ottenere in cambio
l’acquiescenza e l’appoggio al regime, senza
fare in modo che questi Stati Maggiori comunicassero e si
coordinassero tra loro. Per cui si giunse alla situazione
paradossale di uno Stato Maggiore dell’esercito
convinto di dover svolgere ed approvare una guerra
difensiva sulle Alpi Occidentali. La marina era invece
convinta di dover combattere i francesi, alleata con la
flotta inglese e l’aeronautica, il fiore
all’occhiello del regime, in virtù dei grandi
successi sportivi aviatori degli anni ’30: era
convinta di poter sfidare tutti. L’immediata
ripercussione di tali divergenze fu che un sistema
produttivo, già non all’altezza ed in difficoltà
nella competizione con gli Alleati, creò una successione
di commesse e ordinazioni militari che variavano in
continuazione e con impianti in parte obsoleti, in parte
non adeguati ad una produzione su larga scala, di serie.
Fu necessario continuamente, per tutta la durata della
guerra, dover intervenire per modificare caratteristiche
tecniche di motori, aeroplani, carrarmati.
L’elemento determinante era proprio il fattore
umano. Dunque la classe operaia era l’elemento
principale di tale produzione anarchica e disordinata e
fu sottoposta dall’inizio della guerra ad una
militarizzazione vera e propria: nelle fabbriche per
problemi disciplinari entra in vigore il codice penale
militare di guerra: in pratica la corte marziale. Ciò
significa che piuttosto del richiamo, della multa o della
sospensione ed il licenziamento, se l’operaio
infrangeva la disciplina poteva essere deferito ai
tribunali militari, i quali peraltro non infierirono. Ci
furono 4000 condanne dal 1940 al 1943 a carico di operai
per infrazioni disciplinari e per assenteismo. I
tribunali militari inflissero comunque pene inferiori,
considerando il fatto che questi operai non potevano
lavorare ancora di più perché vivevano in condizioni
che superavano il limite della sopportabilità. Di fronte
all’irrigidimento della disciplina di fabbrica sotto
il regime fascista, vi fu un’immediata
intensificazione del ritmo produttivo ed il prolungamento
della settimana lavorativa (sessanta ore settimanali di
lavoro). Il potere d’acquisto dei salari operai,
inoltre, calò immediatamente di fronte
all’inflazione che si scatenò pochi mesi dopo
l’entrata in guerra. Questo di fronte ad una
situazione alimentare estremamente precaria e difficile:
i generi alimentari vennero razionati. Le razioni erano
molto rigorose. Tutto questo comportava un peggioramento
evidente della qualità della vita per i frequenti
disagi. La classe operaia sopravviveva grazie alla
fabbrica. I grandi complessi industriali, sotto la
pressione delle rivendicazioni operaie, misero in campo
le loro risorse, acquistando e sviluppando vere e proprie
aziende agricole, come in provincia di Milano e presso la
Breda di Sesto San Giovanni. La
fabbrica diventa non solo il luogo della socializzazione
e della presa di coscienza e poi della riappropriazione
di un’identità perduta, ma la fabbrica è proprio
la vita. Questo spiega anche perché quando la classe
operaia scenderà sul terreno della lotta resistenziale e
dopo tanta fatica i partiti della sinistra ed, in primo
luogo, il partito comunista, riusciranno a convincere gli
operai ad imbracciare un’arma, in effetti nel nostro
Paese non esiste una tradizione di violenza legata alla
classe operaia. La violenza veniva concepita soprattutto
in funzione di difesa della patria. Alla fine del
’42 il Paese affrontava una serie di lutti, di
disagi, di sacrifici, di privazioni senza alcuna ragione,
perché qualcuno irresponsabilmente ha voluto trascinare
l’Italia in guerra. Gli Inglesi conquistano con una
strepitosa avanzata l’Africa Settentrionale. Nei
primi del ’43 l’Africa venne abbandonata dalle
truppe italo-tedesche ed in seguito vi fu la resistenza
di Stalingrado con tutto ciò che evocò nella classe
operaia. Il fatto che questo strano, demonizzato Paese i
cui appartenenti vengono bollati come comunisti, dominato
da una ferocissima dittatura, invece di aprire le porte
all’italo-tedesco liberatore, dimostra
un’energia incredibile e ferma i tedeschi,
imprimendo loro una sconfitta epocale perché vennero
fermati a Stalingrado e l’inversione di tendenza
della guerra passò proprio di lì. Mescolati
tutti questi eventi riflessi nell’immaginario
popolare di una classe operaia che era in buona parte
apoliticizzata perché non vi era stato spazio per la
politicizzazione durante il fascismo, gli operai
antifascisti erano pochi si contavano sul pugno della
mano e si concentravano alla Breda che poi storicamente
passerà per essere la roccaforte e cittadella rossa
d’Italia in Sesto San Giovanni. Su quattordicimila
dipendenti i comunisti erano un numero esiguo ed andavano
dentro e fuori di galera. Gli
scioperi armati del marzo 1943 sono il risultato di una
serie di disagi e sofferenze in cui il regime fascista
già vive una propria crisi interna. La monarchia già
dopo aver beneficiato del fascismo per venti anni pensa
come sganciarsi e come uscire indenne dalla guerra. Lo
stesso mondo dell’industria si rende conto che il
regime fascista non è più funzionale, non vende, non
paga: la guerra sarà perduta e bisognerà uscirne fuori
prima che sia tardi. E’ un clima ampliamente
corroso. Gli scioperi non partono dalla mitizzazione
della fabbrica, ossia dal massimo complesso industriale
italiano come la Fiat e l’idea che gli scioperi
fossero partiti proprio da lì e organizzati dal partito
comunista italiano, era l’apoteosi
dell’immagine del ruolo della classe operaia e della
fabbrica. Ma
in effetti i famosi scioperi del marzo 1943 in realtà si
sviluppano a scacchiera. Si accendono e si spengono sotto
l’urto della repressione violenta, con centinaia di
arresti, numerosi latitanti e furono moti che andarono
accendendosi e spegnendosi nell’Italia
settentrionale e centrale. Questo fu un grande ruolo
della classe operaia di demolizione di un regime
instabile. La
grande stagione di lotte e di mobilitazione del marzo
1943, dura ininterrotta fino all’autunno del 1944.
Le lotte della classe operaia sono sempre
fondamentalmente attraversate da una coscienza politica e
da momenti in cui un conto era subire comunque la
repressione dello sciopero rivendicativo, altro era
subire la repressione con l’accusa di essere
sovversivi e comunisti. La classe operaia svolge un ruolo importante di sostegno e di avvio alla lotta resistenziale. Una visione assolutamente attonita che vuole subito, poco prima dell’armistizio, alla mattina del 9 settembre, ci sia questa resistenza spontanea del Paese e che comunque nei giorni successivi ci fossero le brigate partigiane, non regge. La resistenza fu un processo faticoso, duro, lungo e supportato in primo luogo dalla classe operaia. L’armistizio aveva dato sentore che tutto fosse finito e la speranza era quella dell’arrivo degli Alleati e che tutto fosse giunto a buon esito: rischiare la pelle non piace a nessuno. La classe operaia nel marzo del 1943 si rende conto che, unita, organizzata e forte, il suo terreno d’azione e l’arma di lotta è lo sciopero e può vincere con questo. E’ la stessa arma impiegata nell’immediato autunno del 1943 contro i tedeschi, i fascisti e i padroni, sovvertendo l’ordine imposto. Nel maggio del 1944 vi è un grande sciopero di un milione di partecipanti che radio Londra paragonerà ad una grande vittoria degli Alleati, il quale diede poi energia al nascente movimento partigiano, alle prime poche bande che si erano situate sulle montagne e che resistevano al nemico oltre che ai rigori dell’inverno. Inizialmente questo ciclo di lotte termina nel 1944, perché la classe operaia nel 1943 aveva ritrovato un momento di grande forza contrattuale nel fatto che la guerra avesse assorbito tutta la manodopera disoccupata. Il padronato era alla ricerca sia di manodopera specializzata, sia di manovalanza comune per rimpiazzare i vuoti lasciati nella fabbrica dai richiamati al fronte. Nel 1944 l’Italia si rifornisce di materie prime dalla Germania e si ritrova completamente a terra. Praticamente i rifornimenti alla produzione italiana verranno sempre più assottigliandosi nel 1944, quindi esaurite le scorte, nelle fabbriche in autunno non si produce più nulla. La
fabbrica serve come ammortizzatore sociale, perché
licenziare, in quella situazione di estrema tensione, con
un partigianato diffuso e forte, decine di migliaia di
operai, significa accelerare i tempi ed anticipare quello
che sarebbe di lì a poco tempo accaduto: la liberazione.
Il clima insurrezionale e resistenziale si tiene vivo non attraverso pesanti interventi conflittuali armati come una certa cinematografia vuole fare intendere, ma soprattutto attraverso molteplici, capillari e piccole azioni costanti diffuse su tutto il territorio che, destabilizzarono la situazione e diedero ai tedeschi la sensazione di un accerchiamento costante e continuo. Nell’attuale clima generalizzante di revisionismo degli eventi, compito dello storico è denunciare quello che è stato. La storia è anche interpretazione ma non manipolazione con forzature, perché occorre che una leale ricerca si basi sempre sulla fedeltà delle fonti, su documenti obiettivi e veritieri d’archivio, considerando che il lume della ragione e l’essenza della verità stanno sempre dalla parte del sommo bene, ossia del benessere comune e collettivo e non nell’esclusivo e prioritario interesse di un’oligarchia burocratizzata che ancora oggi rivendica pretese a scapito delle masse e delle istituzioni sociali e politiche. REVISIONARE IL REVISIONISMO. David Bidussa e Marcello
Flores propongono una discussione tra dibattito storiografico e retorica dell’antifascismo. Ricordare e dimenticare? Memoria, identità, speranza. Il
ricordo comporta la rilettura di eventi, fatti,
avvenimenti, episodi: il passato, il tempo precedente,
trascorso, non prossimo, ma remoto, ossia intriso di
storicità. L’azione del ricordare si declina al
passato, nel tempo trascorso che tralascia pensieri,
opere, parole, emozioni, sentimenti e quindi implica la
dimenticanza, l’oblio, quando la memoria diviene
oblio e dimenticanza e non rammenta, non rievoca, non
rimembra il tempo trascorso che diviene perduto, privo di
riferimento e di senso, senza più significati, per cui
l’evento, nella dimenticanza, perde
d’identità. La
memoria individuale e collettiva viene rievocata e
commemorata. Individualmente,
l’azione del ricordare si svolge lentamente, in una
dimensione interiore, meditativa, soggettiva. In
un’accezione collettiva, la memoria passa attraverso
una comunità, un gruppo, una società che com-memora
tramite cerimonie, rituali, celebrazioni, miti, credenze
e simboli. Il ripristinare un evento passato e
riconsegnarlo alla memoria, individuale e collettiva,
avvalora un’identità redimendola dall’oblio
lacerante in cui imperversa il mondo moderno:
l’identità è dispensata con il ricordo dal rischio
dell’oblio inesorabile degli eventi attraverso il
passato, per cui subentra la speranza della sopravvivenza
sociale del ricordo, della memoria presso la posterità,
procastinando al tempo futuro, ripristinando l’atto
celebrativo del rammentare, riconsegnando così alle
nuove generazioni, una rinnovata speranza
nell’avvenire, ossia la memoria del futuro. Memoria e conflittoLa memoria è serbatoio di immagini, vissuti, eventi del passato. Nell’interiorità questi ricordi possono confliggere in vuoti di senso e di valore. La memoria storica è pervasa di eventi spesso cruenti, guerre, stragi, conflitti di vario genere. Le posizioni ideologiche assunte dalle parti in causa in un determinato evento passato possono, attualmente, creare conflitto di idee, di posizioni, di valori, di scelte di campo nella società civile che commemora. Il conflitto di posizione e di idee scaturisce nel gruppo sociale che nella sua storia, nella sua cultura, nel suo passato ha sperimentato un determinato evento e rispetto al quale prende posizioni ideologiche e valoriali differenti, a seconda della scelta di posizione e di parte, rispetto ad un determinato episodio storico che implica analisi, ragionamenti e ripensamenti di carattere politico, sociale e ideologico. La pluralità delle memorie La storia nei suoi corsi e ricorsi presenta molteplicità plurime di eventi degni di ricordo e memoria. Gli eventi memorabili che occorre “ricordarsi di ricordare” sono molti in una stessa società. In differenti contesti comunitari, in altre nazioni, in diverse sottoculture ed etnie, si ricordano molteplici eventi degni di memoria, fatti storici, guerre civili, episodi politici e tutto ciò che scaturisce dal susseguirsi inesorabile e necessario degli eventi. Le differenti culture e società presentano varie tipologie di avvenimenti e di memorie filtrati dal corso della storia e dal pensiero del popolo che setaccia e seleziona il tempo ed il significato di cui è portatore. La cultura cristiana, islamica ed ebraica convivono da secoli in tutto il bacino del Mediterraneo, portandovi nuova cultura, arte, scambi commerciali, altre idee, differenze etico, morali e religiose, usi, costumi, tradizioni differenti, in sostanza altri mondi conviventi e compenetrantesi vicendevolmente, che hanno determinato ed influenzato le fasi storiche della vita in tutto il Mediterraneo. Queste tradizioni distinte ma influenzantesi reciprocamente, generano occasioni commemorative, riti, rituali, cerimonie, suffragate dalla memoria e dalle molteplici occasioni di ricordo collettivo. La memoria che disturba La memoria della Resistenza partigiana contro l’occupazione nazifascista in Italia e le deportazioni di prigionieri politici, dissidenti al sistema reazionario del regime Hitleriano costituisce un dato di fatto consolidato e suffragato da analisi storiche. Alcune frange intellettuali di matrice revisionista hanno voluto negare tutto ciò che concerneva la deportazione e la realtà del campo di concentramento: ossia il cosiddetto negazionismo storico. Mentre il revisionismo storico può puntare l’accento sugli episodi, presunti di aspro disaccordo, tra i partigiani gappisti e gli Osoppo, insinuando un esasperato dissidio tra frange partigiane più estremiste (comuniste) e cattolici di carattere più conservatore. Una memoria importante è costituita dalla commemorazione delle stragi di atti terroristici, per esempio per mano delle Brigate Rosse che si definivano e si definiscono tuttora “comunisti combattenti”, ponendo in una seria e contrita analisi politica, chi si identifica con il primo appellativo, ma non ammette intenzioni e attentati stragisti e armati e di sovversione terroristica del sistema. Il futuro della memoria La memoria di un evento costituisce sempre lo sprone a ricordarlo nel tempo futuro, soprattutto se l’evento, o meglio, la memoria di esso comporta un portato valoriale motivante, un ideale molto significativo per la comunità civile e per la società. La Shoah, la Resistenza Partigiana al regime nazifascista sono avvenimenti dal portato emblematico, ossia costituiscono, nel valore del loro ricordo, tramite la commemorazione, un simbolo, una simbologia di codici di significato emblematici, che si rimandano (dal greco sum-ballo) di generazione in generazione, nella tradizione coommemorativa e celebrativa da parte della comunità e collettività sociale, che avviene e si esplicita tramite cerimonie, rituali, in luoghi della memoria, in ambiti di culto, dove si identifica il sacrificio della vita umana con la sacralità dell'evento, come, dal latino, sacer, ossia separato dall’usuale, dal consueto, dal comune trascorrere del tempo, quale avvenimento straordinario, ossia fuori dal normale, dal concepibile della giustizia, della morale e dell’etica umana. La memoria ha futuro nel ricreare ambiti collettivi di riflessione e riproposizione di tematiche del conflitto, delle sopraffazioni, delle diversità fino a giungere a tramandare e concepire e riattualizzare il valore del dia-logos interreligioso ed interideologico, con risvolti sociali e politici, tramite il confronto tra varie realtà che racchiudono in sé i vari simboli, multipli e plurimi di tutto ciò che è diverso, di tutto ciò che è altro dalle “nostre” più radicate convinzioni. ANTIFASCISMO E IDENTITA’EUROPEA[1] La prospettiva italiana e l’evoluzione nel resto d’Europa L’antifascismo
si presenta come una questione storica aperta. Mentre
il fascismo costruisce il suo regime, i partiti e i
gruppi antifascisti messi fuori della legalità dalle
leggi del ’26 sono costretti all’esilio o alla
clandestinità. Per molto tempo, l’antifascismo è
costituito da gruppi ristretti, da piccole minoranze che
sfidano la repressione poliziesca, se lavorano
all’interno, e tutte le difficoltà
dell’esilio, se operano all’estero. I
movimenti liberale e cattolico, salvo piccoli gruppi,
confidano nella caduta del fascismo e, nell’attesa,
sviluppano un’attività prevalentemente culturale in
difesa di certi principi ideali e di preparazione di
gruppi dirigenti. Sono antifascisti uomini appartenenti
alla tradizione liberale come Benedetto Croce, Luigi
Albertini (direttore del quotidiano "Corriere della
Sera" dal 1900 al 1925), Giovanni Giolitti,
Francesco Saverio Nitti. Essi in un primo momento avevano
guardato con simpatia al fascismo ma poi ne avevano
condannato l’autoritarismo. Un posto di riguardo ha
il filosofo Benedetto Croce. La sua opposizione è
soprattutto di carattere morale e intellettuale ed è
forse per questo che viene tollerata dal regime. Accanto
ai liberali operano le forze di ispirazione democratica.
Essi sostengono che solo la collaborazione tra la classe
operaia e la borghesia può sconfiggere il fascismo.
Principali esponenti sono Giovanni Amendola, Piero
Gobetti, Gaetano Salvemini, un illustre professore
universitario di storia che, pur di non giurare fedeltà
al partito fascista si dimette dall’insegnamento. In
una lettera al rettore dell’università di Roma
scrive: "la dittatura fascista ha soppresso ormai
completamente le condizioni di libertà necessarie per
guidare l’insegnamento della Storia come io lo
intendo perché non è più uno strumento di libera
educazione civile ma si riduce a servile adulazione del
partito dominante o a una pura e semplice esercitazione
erudita estranea alla coscienza civile del maestro e
dell’alunno. Sono costretto perciò a dividermi dai
miei alunni e dai miei colleghi con dolore profondo ma
con la coscienza sicura di compiere un dovere di lealtà
verso di essi, prima che di coerenza e di rispetto verso
me stesso. Ritornerò a servire il mio paese
nell’insegnamento quando avremo riacquistato un
governo civile". Gobetti e Amendola pagarono con la
vita la loro opposizione al fascismo. Antifascisti
furono anche alcuni esponenti del disciolto Partito
Popolare che Mussolini aveva dichiarato illegale come
illegali erano tutti gli altri partiti, ad eccezione di
quello fascista. Il fondatore, don Luigi Sturzo e Alcide
De Gasperi, un altro rappresentante del partito, furono
costretti all’esilio. Proprio De Gasperi che sarà
protagonista nella guerra di liberazione e diventerà il
più importante statista italiano del secondo dopoguerra. Un
ruolo di primo piano nella lotta antifascista viene
svolto, infine, da esponenti del Partito socialista come
Filippo Turati, Sandro Pertini e Pietro Nenni; e del
Partito comunista come Antonio Gramsci e Palmiro
Togliatti. In particolare Gramsci viene fatto arrestare
da Mussolini nel 1926. Resterà in carcere fino al 1937,
l’anno della sua morte. In questi lunghi anni scrive
i "Quaderni del carcere", l’opera più
importante dell’antifascismo italiano. "Il
peggiore guaio della mia vita attuale - annota Gramsci -
è la noia. Queste giornate sempre uguali, queste ore e
questi minuti che si succedono con la monotonia di uno
stillicidio hanno finito per corrodermi i nervi. Almeno i
primi tre mesi dopo l’arresto furono movimentati:
sballottato da un estremo all’altro della penisola,
sia pure con molte sofferenze fisiche, non avevo tempo di
annoiarmi. Sempre nuovi spettacoli da osservare, nuovi
posti da vedere: davvero mi pareva di vivere in una
novella fantastica. Ma ormai è più di un anno che sono
fermo a Milano. In carcere posso leggere ma non posso
studiare perché non mi è stato concesso di avere carta
e penna a mia disposizione, solo fogli contati per la
corrispondenza, che è la mia sola distrazione. Il mio
incarceramento è un episodio di lotta politica che si
continuerà a combattere in Italia chissà per quanto
tempo ancora. Io sono rimasto preso così come durante la
guerra si poteva cadere prigionieri del nemico, sapendo
che questo poteva venire e che poteva avvenire anche di
peggio". I
due partiti socialisti (poi unificati), il partito
comunista, quello repubblicano e altri gruppi democratici
si organizzano all’estero e svolgono un lavoro
clandestino in Italia. Il
3 gennaio 1925 l’idea che la lotta antifascista
debba essere combattuta al di fuori della legalità
– decisa dalla dittatura – viene lanciata da
Non mollare, primo giornale clandestino che nasce a
Firenze per iniziativa di Salvemini, Carlo e Nello
Rosselli, Ernesto Rossi e altri. Nel
1926 Filippo Turati fugge avventurosamente
all’estero aiutato da Carlo Rosselli, Ferruccio
Parri, Sandro Pertini. Nel novembre dello stesso anno
viene arrestato a Roma Antonio Gramsci insieme a gran
parte del gruppo parlamentare comunista. La guida del
partito verrà poi presa in esilio da Palmiro Togliatti.
Il partito comunista passa alla clandestinità completa
ed è l’unico gruppo antifascista che continua a
svolgere un’attività organizzata in Italia. In
Francia si ricostituisce la Cgdl per iniziativa di Bruno
Buozzi e anche a Milano ne opera per qualche tempo una
clandestina. Nel ’27, a Parigi, i due partiti
socialisti, il partito repubblicano, la Confederazione
del lavoro e la Lega italiana dei diritti dell’uomo
costituiscono la Concentrazione d’azione
antifascista. Nel 1930, a Parigi Carlo Rosselli, fuggito
dal confine di Lipari insieme a Emilio Lussu, fonda
Giustizia e Libertà che cercava di unire gli ideali
democratici con quelli socialisti. Una notevole ripresa dell’attività antifascista in Italia, che lascia semi fecondi per l’avvenire, si manifesta dal ’30 al ’32. Si deve principalmente al Pci e a Giustizia e Libertà. La repressione è durissima da parte della polizia e dell’Ovra, la polizia segreta il cui nome non è una sigla ed è deciso personalmente da Mussolini. In questo periodo bisogna segnalare alcuni casi individuali particolarmente tragici: l’anarchico sardo Michele Schirru partito dall’America per attentare alla vita di Mussolini (proposito che non attua e probabilmente decide di non attuare più), arrestato con una pistola viene poi fucilato per avere progettato di uccidere il capo del governo. Un
altro anarchico, Angelo Sbardellotto, viene arrestato con
un passaporto falso, una pistola e un’ordigno e
confessa di avere avuto l’intenzione di uccidere
Mussolini. Viene condannato a morte e fucilato lo stesso
giorno di Domenico Bovone, genovese emigrato in Francia
che organizza alcuni attentati dinamitardi senza vittime.
Viene arrestato dopo che lo scoppio di materiale
esplosivo uccide sua madre e lo ferisce. E c’è
anche il caso di Lauro De Bosis che decide di fare
un’azione dimostrativa contro il fascismo
nell’ottobre del ‘31: compra un aereo a
Marsiglia, sorvola Roma dove lancia migliaia di
manifestini. Fa rotta verso la Corsica, ma non ci arriva
mai. Nel
’34, comunisti e socialisti firmano un patto di
unità d’azione e con Rodolfo Morandi anche il
partito socialista forma a Milano un centro di attività
interno. Svanite le speranze che la guerra d’Etiopia
e le sanzioni internazionali contro l’Italia
provochino una crisi del regime, gli antifascisti
italiani si impegnano dalla fine del ’36 nella
guerra contro Franco, Mussolini e Hitler, alleati nel
rovesciare la legittima repubblica spagnola. Il
27 aprile 1937 muore Gramsci, che non regge alla durezza
del carcere fascista, e il 10 giugno dello stesso anno
vengono assassinati i fratelli Rosselli. In Italia si
assiste dall’estate del ’36 a una certa ripresa
dell’attività antifascista, in misura notevole
spontanea, per effetto della guerra di Spagna. Due anni
più tardi la costituzione dell’Asse Roma-Berlino e
la politica antisemita scuotono la coscienza di molti,
soprattutto giovani. Inoltre, il continuo aumento dei
prezzi diffonde malcontento tra gli operai e la piccola
borghesia. Questa ripresa antifascista all’interno
del Paese non mette certo in pericolo l’esistenza
del regime, ma ha notevole importanza. Molti giovani
infatti intensificano la loro attività, fanno nuove
reclute (molti hanno militato anche in organizzazioni
fasciste), e insieme ai più anziani reduci
dall’esilio, dalle galere e dal confino,
costituiranno i gruppi dirigenti della Resistenza. Il
collegamento tra le dimensioni di democrazia e
antifascismo risulta vivo nella memoria pubblica e
condivisa d’Italia e di tutta Europa, e per la
consapevolezza della crisi del modello antifascista, in
questo libro, si valutano e si sottopongono al vaglio
storiografico ed all’analisi critica i suoi modelli
storici e gli usi politici nel secondo dopoguerra, in
quanto è proprio necessario ragionare in prospettiva
continentale. Nell’Europa Orientale l’antifascismo, disancorato dalla libertà democratica, venne utilizzato contro l’Occidente anticomunista e contro minoranze democratiche. Il ruolo dell’antifascismo negli Stati di “democrazia popolare” va inquadrato nel contesto politico degli anni ’30 e deve tener conto del regime di occupazione nazista in Europa e del ruolo dell’URSS e dell’Armata Rossa nella vittoria della guerra antinazista e nella liberazione dell’Europa centro-orientale. L’antifascismo
definito componente fondamentale dell’ideologia
comunista, assunse le sembianze di una dimensione
anticapitalistica ed antiborghese. La
crisi della tradizione antifascista rimanda
complessivamente a processi reconditi e nascosti che
investono il modello di unità nazionale e il sistema di
legittimazione del sistema politico, in un contesto
sociale postfordista e collocato in un nuovoo dopoguerra. La
storiografia maggiormente collegata al paradigma
antifascista ha posto in evidenza il tema chiave del
dibattito civile, affrontando la profonda revisione di
prospettive storiche, storiografiche e culturali. L’Italia può definirsi il luogo natale dell’antifascismo da cui si è sprigionata la dinamica propulsiva di un progetto politico, antagonistico allo Stato democratico e liberale, in quanto l’Italia è stata laboratorio della rivoluzione nazionalista, opposta inoltre all’egualitarismo universalistico comunista, in cui si sono ampliamente dispiegate le conseguenze assolutiste delle ideologie contrapposte all’antifascismo.
[1] Recensione al libro Antifascismo e identità europea, Carocci editore, a cura di Alberto De Bernardi e Paolo Ferrari. Presentazione presso la CASA DELLA CULTURA maggio 2004. Relatori: Alberto De Bernardi, Paolo Ferrari, Pier Paolo Poggio, Elisa Signori, Ferruccio De Bortoli. Iniziativa organizzata in collaborazione con l’INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia) e FONDAZIONE MEMORIA DELLA DEPORTAZIONE |
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